venerdì 1 febbraio 2019

La danza delle ombre felici - approccio ad Alice Munro



La danza delle ombre felici è il primo libro pubblicato da Alice Munro. Uscito in Canada nel 1968, ha vinto il Governor General's Award, il principale premio letterario canadese.

Mi sembra il libro giusto per avvicinarsi ad Alice (perdonate l'irriverenza ma ormai siamo così intime che nei miei appunti la chiamo A.), e non solo perchè è il suo esordio d'eccezione. Un libro faticoso da scrivere (abbraccia racconti scritti in un arco di 15 anni e più volte rivisti) e subito apprezzato dalla critica Canada nonostante fosse una raccolta di racconti, un genere ritenuto inferiore a un romanzo. Quel romanzo che, da quel momento in poi, tutti hanno iniziato ad aspettarsi da Alice Munro tanto che spesso, per l'incapacità di soddisfare questa richiesta pressante e portare a termine i suoi abbozzi di romanzo, ha dubitato di essere una scrittrice di valore.

Sono arrivata a questo libro dopo un lungo giro tra altre raccolte successive, lette in ordine sparso e in più riprese. Reduce dai libri che ha scritto a carriera avanzata e in età più tarda, più oscuri e cupi, La danza delle ombre felici mi è sembrato una ventata di freschezza.

Intendiamoci, non stiamo parlando di un libro spensierato. Si riconosce già Alice Munro nell'unicità del suo stile e ci sono i semi delle sue tematiche, i suoi luoghi e quel sentimento di desolazione, isolamento e insicurezza serpeggia tra i personaggi dei vari racconti.
Per cui, se la scrittrice non fa per voi, non sarà questo libro a farvi cambiare idea. Se invece siete come me e nel testo non cercate solo svago, lieto fine e altre amenità, potrete apprezzare la complessità di questi racconti e trovare risonanza nel vostro dark side.

Un buon libro per conoscere Alice Munro

La mia impressione è che sia un libro più accessibile rispetto a molte raccolte successive più ostiche, racconti avari di indizi che necessano di grande capacità interpretativa da parte del lettore per decifrare il senso della storia. La danza delle ombre felici è un libro in cui la narrazione è più fluida, lineare, composto da 15 racconti abbastanza brevi: mancano quei finali tronchi che ti fanno comparire un enorme punto interrogativo nel cervello, i sottintesi sottili che, si capisce solo poi, sono il punto di svolta della storia, i non detti.

Come già dicevo, invece, ci sono già tutte le sue tematiche: l'ambientazione nella zona del Lago Huron, la Huron County nel West Ontario dove Alice è cresciuta, il suo paese natale riproposto con vari nomi (ma certe descrizioni tornano in racconti distanti tra loro di anni e ti fanno riconoscere al volo la sua casa isolata, il prato, etc), gli elementi autobiografici come le sue radici familiari e sociali, la madre malata di Parkinson, gli allevatori spiantati di animali da pelliccia come fu suo padre, i riferimenti alla vita misera e difficile negli anni Trenta, le ragazze che per affrancarsi da una vita di nulla e darsi una possibilità fanno le infermiere o le insegnanti, percorrono lunghi tratti nella neve per andare a scuola e si affacciano alla vita parecchio insicure, andando al ballo della scuola come all'Evento della vita.

Alice ha 37 anni quando esce il libro, ma i racconti abbracciano un periodo di 15 anni precedenti. I protagonisti sono giovani: molti bambini, qualche adolescente, giovani famiglie e giovani figlie adulte alle prese con i problemi della vita, i genitori malati.

I bambini di Alice Munro non sono mai fortunati: sono dolenti, rassegnati, vittime di disgrazie. A volte guardano il mondo con straordinaria saggezza, maturità e disillusione, perchè sono consapevoli della loro condizione nel mondo. Spesso nascono in famiglie disagiate e sono vittime di genitori persi nei loro problemi e nelle loro incapacità.
Figure di bambini indimenticabili.

Qual è il filo conduttore del libro?

Faccio fatica a trovare a bruciapelo un tema che accomuna il libro.
Forse direi il senso di sottile malinconia e di nostalgia di queste zone rurali sconfinate, di questa umanità che si misura con le difficoltà della vita dura nelle fattorie isolate che danno poche possibilità di affrancamento, della miseria degli anni 30, quelli dell'infanzia di Alice, in cui la Grande Depressione colpiva duro. E poi il desiderio di elevarsi a borghesi delle famiglie negli anni '50 e '60;   un Canada che cambia velocemente, a livello di urbanistica, di società e soprattutto per il ruolo della donna. Una fotografia di un'epoca.

La cosa strana è che queste atmosfere sono risuonate forte in me, pur appartenenedo a luoghi e culture lontane. In alcuni momenti mi hanno fatto tornare in mente immagini e scene chiarissime della mia infanzia in provincia. Con la differenza che io ero nel Nord Italia negli anni '80. Forse ho rivisto il senso di provincialismo, la vita semplice delle famiglie "perbene"accanto a certe famiglie povere ed emarginate che erano implicitamente escluse dalla vita sociale. La confusa nostalgia che mi pervade pensando a quegli anni un po' polverosi è la stessa che ho trovato in quei racconti.  In un appunto a margine del libro ho scritto "Non saprei spiegare e non capisco tutto ma evoca ricordi potenti. Se rileggo a volte perdo il senso ma colgo l'atmosfera". Forse in una scorsa vita ero in Canada degli anni '40? Chissà...

Quel senso vago di spleen d'altronde, è stato il mio compagno di infanzia ed è lo stesso che riconosco quando ascolto certe canzoni o vado in certi luoghi. Ora ho imparato a tenerlo a bada maneggiando i ricordo con cautela.

Un senso trasversale che ho trovato nei racconti, pensandoci meglio, è la condizione della donna, quella che negli anni seguenti ha fatto amare Alice dalle femministe. Essere femmina non è mai facile, a partire dall'infanzia a seguire. Una serie di norme rigide a cui conformarsi per essere scelta, il rischio di non piacere, di essere giudicata, di rimanere zitella, di vivere isolata. La fatica di emergere con le proprie qualità, il proprio progetto di vita, l'ambiente soffocante del paese, la liberazione e al tempo stesso il senso di colpa di chi va via (come ha fatto Alice) e poi per qualche motivo familiare deve tornare sentendosi un pesce fuor d'acqua. Il senso di insoddisfazione che alla fine è presente sia per chi si è sposata e ha messo su famiglia, sia per chi non lo ha fatto.

Qualche racconto per orientarsi nel libro

Se volete iniziare da qualche racconto, ecco quelli che mi sono rimasti impressi.

Il giorno della farfalla, con una bellissima figura di bambina, un'eroina romantica sfortunata e dignitosa

L'ora della morte: stupendo, uno di quei drammi senza parole che solo Alice sa scrivere. La crudezza della povertà materiale e morale, il desiderio avido di riscatto. Ho letto nelle biografie che, quando è uscito il libro, alcuni paesani di Alice si sono riconosciuti nella storia di questa famiglia disagiata e, uno di loro, ubriaco, è andato a sparare contro la casa di suo padre. Inizia così un rapporto difficile con i suoi paesani che ha caratterizzato tutta la sua carriera, con l'accusa di usare il materiale umano dei suoi ricordi per dipingere una realtà negativa di questa area rurale

La danza delle ombre felici, che dà il titolo al libro, un capolavoro di delicatezza, con la figura memorabile della maestra di musica di altri tempi, buona e pura, che contrasta con la news generation delle mamme aspiranti borghesi che portano i figli a scuola di pianoforte. La bambina (con un ritardo mentale?) che suona divinamente, lieve e silenziosa come un'ombra felice, è quella della copertina del libro di Einaudi, ed è uno schiaffo al perbenismo e alle certezze di quelle madri

La pace di Utrecht: un racconto molto significativo per Alice donna e scrittrice. Leggo dalla biografia che "Era la prima volta che scrivevo perchè dovevo assolutamente scrivere, non per vedere se ci riuscivo". Questa urgenza di scrivere è catartica e le fa mettere nero su bianco il rapporto difficile con la madre malata, la sua fuga lontano per studiare e il "tradimento" verso la sorella minore che è stata ad accudire la madre e il suo ritorno pieno di sensi di colpa. Una madre con una patologia complicata e plateale, che faceva vergognare, definita qui "La nostra mamma gotica".
Questo tema, secondo la sua traduttrice Susanna Basso che ho sentito parlare, è poi LA storia che Alice racconta per tutta la sua carriera: l'abbandono dei figli, il diritto alla libertà e le catene affettive che ci tengono legati alle radici e il senso di colpa.



domenica 13 gennaio 2019

Fuga di mezzanotte




"Spesso mi capita di ritrovarmi un paio di versi di una poesia in testa, senza sapere come ci siano finiti. A volte si tratta di una strofa o un ritornello che neanche sapevo di sapere, e non necessariamente di qualcosa che reputo di mio gusto. Di solito non ci bado, ma se lo faccio, mi accorgo quasi sempre che in quella poesia, o almeno in quella parte che mi ronza nel cervello, c'è un aggancio con quanto mi sta succedendo nella vita. Anche se magari non è quello che si direbbe stia succedendo".

Oggi, leggendo il racconto di Alice Munro "Bardon, autobus n. 144" del libro Le lune di Giove, ho incontrato questo brano che mi è risuonato familiare.

Mi capita sempre, quasi ogni giorno, che da qualche angolo remoto del mio cervello, dagli strati polverosi della memoria antica, salti fuori all'improvviso il ritornello di una canzone che non sento da secoli, la strofa di una poesia studiata a scuola, il flash di una pagina di un libro, la sigla di un cartone animato che vedevo da bambina, l'immagine di un luogo che ho visitato anni fa.  E rimane insistentemente in testa, se è una musica mi accompagna per tutto il giorno, forse anche di più, resistendo alle cose che faccio e alle altre musiche che eventualmente ascolto. Spesso tento di cantare il motivo a Paolo perché mi aiuti a dare un titolo e un autore al brano, mentre per gli altri tipi di ricordo del mio passato di solito so sbrigarmela da me.

Accolgo questo fenomeno sempre con un po' di stupore e divertimento, immagino cosa capiti nel caos di quel cervello per far riemergere proprio quel frammento di ricordo.

Proverò a rifletterci con questa chiave di lettura che il racconto mi dà. Ho sempre pensato che ci fosse un'attinenza con il mio subconscio, che fosse il frutto del suo lavorio. Ma il mio subconscio è un po' burlone, oltre che sibillino come tutti i subconsci.  E come la mia vita onirica è spesso popolata di sogni degni di una 7enne in cui trovo un animaletto abbandonato, lo salvo e mi sento felice, così anche questi frammenti che mi bussano alla porta cerebrale spesso sono curiosi.

Stamattina per esempio, dopo una notte di sonno scarso e poco ristoratore, mi sono svegliata con il riff potente di Chase di Moroder in testa, dalla colonna sonora di Fuga di mezzanotte  (canzone di cui non sapevo nè il titolo nè la provenienza).  Un riff incalzante, con una tensione palpabile ma non angosciante.  Cosa inseguo? O cosa mi insegue? Da cosa fuggo?  La partita si gioca sul dancefloor?

A voi capita?




domenica 30 dicembre 2018

Percorrere i sentieri letterari






Non so se capita anche a voi di iniziare dei sentieri nella lettura, nella musica e nel cinema e di percorrerli con convinzione fino a quando arrivate a un bivio che vi condurrà a un nuovo percorso.

Se guardo alle mie letture negli ultimi anni vedo dei bei sentieri chiari e delle deviazioni avventurose.

Il 2015 è stato l'anno del fascino di Margaret Atwood e della scoperta ammirata di Alice Munro. Nel 2016 ho amato e letto tutta Elizabeth Strout e nel 2017 ho incontrato i bookclub che con i loro suggerimenti mi hanno aperta a nuovi autori e generi che da sola probabilmente non avrei mai scelto. Ho spaziato molto tra graphic novel e romanzi di autrici e autori che non conoscevo, perché nella lettura, come in tutto del resto, affidarsi solo all'abitudine e alle sicurezze può portare ad un binario morto.

E il 2018? Sempre tramite il mio amato bookclub Teste di Medusa ho ravvivato la fiamma per Miriam Toews, che avevo già apprezzato anni fa all'uscita di Un complicato atto d'amore,  e completato tutti i libri che mi mancavano.

Ho letto molto, anche se io non tengo mai il conto, e ho fatto qualche incontro memorabile.

Espiazione di Ian McEwan


Finalmente, con un po' di ritardo, arrivo anch'io da McEwan, iniziando con un titolo emblematico che, complice il mio background, mi ricorda il titolo di una canzone dei Depeche tipo Comdemnation o Suffer well.
McEwan nella traduzione di Susanna Basso, che è la voce di tutti i miei scrittori preferiti, è un mondo in cui vorrei avere il tempo per tuffarmici a capofitto, subito.

L'impatto è stato ipnotico e ho completato Espiazione in pochi giorni la scorsa estate. Mi sono immersa nelle sue descrizioni dettagliate che sono efficaci sia quando descrive la vita un po' decadente in campagna e il punto di vista di una ragazzina, sia la vita di sacrificio (e di espiazioni) di un'infermiera durante la Seconda Guerra Mondiale, e persino il lungo capitolo sulla battaglia e la ritirata di Dunkerque, che ti mette a confronto con un quadro lucido, dettagliato e angosciante di personaggi e tensione. Ti pare di vedere tutto, di sentire il loro dolore.
E poi McEwan ti trascina, con la sua abilità, verso il lieto fine che vorresti e che sembra troppo perfetto per essere vero, per poi rivelarti che no, infatti, non lo era. Non c'è stata clemenza per Robbie e Cecilia, il loro amore non ha potuto essere nonostante lei gli scrivesse in ogni lettera "Io non me ne vado. Ti aspetterò. Torna da me". La piccola Briony potrà sollevarsi dal peso della sua storia e della sua colpa che come un macigno ha travolto i loro destini solamente alla soglia degli ottant'anni, pubblicando il suo libro più doloroso e regalando loro un amore eterno sulle pagine del libro.
Espiazione è stato un libro così intenso e profondo che, caso raro, vedere il film il Joe Wright pochi giorni dopo non mi ha deluso e non ha cozzato con l'immagine mentale che mi ero costruita dei luoghi e dei personaggi. Merito della maestria di McEwan nel costruire il mondo della storia e nel fartici entrare.

 

Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie


Una saga africana che ho amato visceralmente, uno di quei libri che quando li finisci ti mancano molto per qualche giorno.  Personaggi così veri che ti capita di pensare "Cosa direbbe Ifemelu (la protagonista) in questa situazione?".

Al di là del fatto che Chimamanada, come autrice e femminista, in questo periodo è trendy e che questo potrebbe suscitare un po' di diffidenza, l'avevo conosciuta con la raccolta di racconti "Quella cosa intorno al collo" e avevo capito che mi stava spalancando le porte di una realtà e una mentalità molto diversa e sfaccettata.

Se da un libro vuoi che ti faccia pensare, riflettere e che ti apra delle nuove prospettive, questo è Americanah.  Il linguaggio caldo e vivido aiuta a immergersi nella complessità della Nigeria, con la crudezza della vita, la corruzione dei potenti e la profonda integrità morale di alcuni personaggi, come Obinze e sua madre, che credono che la cultura e il merito abbiano un valore imprescindibile.

In questo libro c'è tutto: la condizione della donna africana tra società patriarcale, emancipazione, possibilità di mettere a frutto la propria avvenenza a fianco di un uomo potente, lacci e libertà possibili, il mito dell'UK per chi ha studiato in un sistema scolastico plasmato sul modello inglese, ma che quando cerca di emigrare in UK trova solo porte in faccia, escamotage di matrimoni a pagamento per avere i documenti, umiliazioni e rimpatrii forzati.
Un altro grande tema è il sogno americano e le grandi differenze tra l'esperienza (e la rabbia) degli afroamericani e quella di un nero in Africa, che quando ottiene la green card tanto agognata si ritrova completamente perso in una nuova realtà straniante, deve annullare e semplificare la sua complessità per entrare nelle caselle della società americana.  I rapporti interraziali, i problemi di una donna che rivendica la sua indipendenza a partire dal lasciare i suoi capelli "afro", sfacciatamente liberi da treccine e acconciature che domano la sua chioma e che tramite il suo blog osserva e commenta la società americana e le sue contraddizioni, le ipocrisie nei rapporti tra bianchi e neri, tra emigrati nuovi e vecchi. Toccato il sogno americano con una borsa di studio a Princeton, un fidanzato wasp e un altro intellettuale black, il tentativo di dimenticare le proprie radici e il proprio passato a un certo punto non funziona pià.  Ifemelu non può più soffocare i suoi sentimenti, che crescono nel desiderio indomabile di tornare in Nigeria e mettere a frutto là la sua esperienza.

Non è facile essere se stessi in un luogo come Lagos, che pullula di arricchiti e in cui conta il potere misurato con il lusso e l'ostentazione, e nemmeno negli USA, che ti accolgono nel loro mito di libertà a patto di rinunciare a essere autentica e di adattarti docilmente a ciò che ci si aspetta da te, mostrando sempre gratitudine e umiltà.  Ma si può rimanere veri, puri, come dimostra Obinze, una delle più belle figure maschili che ho incontrato nelle mie letture.




 

Una vita da libraio  di Shaun Bythell


Lo dico subito prima di mettere le mie carte in tavola: nel 2018 ho letto libri più significativi rispetto a questo libro leggero, un piccolo caso letterario. Ma nel resoconto delle giornate di un anno di lavoro in una libreria dell'usato in un paesino della Scozia ad opera di Shaun, il suo proprietario, ho trovato della magia e tanta ironia, un angolo di benessere e di calore umano.
Arriva un certo punto e ti ritrovi lì, sulla soglia della libreria, ad aspettare a bocca aperta i prossimi personaggi bizzarri che entreranno. I loro tic, le richieste strane, la lotta per la sopravvivenza del negozio nei lunghi mesi di scarso turismo, la tenacia del libraio che è impegnato una vera missione vitale contro le catene e contro Amazon. E riscopri il valore di un libro, il fascino delle collezioni di libri sugli argomenti più disparati, della edizioni vecchie e antiche, delle varie vite che un volume può avere, della compagnia e della ricchezza che dona alle persone. E pensi che no, non bisogna mai buttare un libro o lasciarlo ad ammuffire in cantina. Un libro merita sempre di circolare e di vivere nuove vite. La libreria è un luogo di incontro, ha un valore sociale per una comunità. Incontrarsi intorno a un libro è qualcosa di prezioso.


Mi accorgo ora che tutti e tre i libri sono di Einaudi, così come quelli di Alice Munro che sto comprando uno ad uno e gli ultimi della Strout. Dal momento che non è un post sponsorizzato, chissà se questa mia fedeltà di brand verrà premiata da Mr. Einaudi?

mercoledì 26 dicembre 2018

A short story a day keeps the boredom away





Io che di solito sono una lettrice di impulso e vorace, spesso frettolosa per l’ansia di finire la storia, questa volta mi sono munita di matita per sottolineare, micromina per scrivere a margine e quadernino per appuntare le considerazioni su tutti i racconti. Che organizzazione, che professionalità!

Alice Munro merita questo. Per capire davvero i suoi racconti e entrare nel suo stile devo fare così. Non è una costrizione, sento che è il modo e il momento giusto per scoprire i suoi segreti.

Sì, l’idea ambiziosa è di leggere tutta la sua bibliografia e mappare tutti i racconti. Se il destino mi concede qualche anno ce la posso fare.

Sono una persona poco metodica, soggetta a manie e infatuazioni ma sono anche soggetta a corsi e ricorsi storici. I grandi amori sono ricorrenti, si allontanano un po’ ma non spariscono mai dall’orizzonte. E un giorno scatta la scintilla che li fa tornare in primo piano. 
Così è per Alice Munro, Doris Lessing, l’antropologia, la fotografia, certa musica che mi accompagna da almeno 30 anni. I gatti, lo yoga, New York. Il Canada e le scrittrici canadesi come Alice, Margaret Atwood e Miriam Toews.

Man mano, un racconto al giorno, fin quando ne avrò voglia. Complice il gruppo di lettura su Alice che sto frequentando dallo scorso ottobre e che ha ridato ossigeno alla scintilla.

Poi arriverà il desiderio forte di un romanzo, perché i racconti sono un po’ una forzatura per chi come me ama fare un pezzo di strada lungo con i personaggi fino ad arrivar a sentirli intimi.  
 I racconti di Alice avvolgono e i personaggi sono ben tratteggiati, e questo aiuta, così come la possibilità di confrontare racconti e temi di periodi diversi. 

So che arriverà presto la voglia di altri scrittori, di altre voci. E meno male, perché come lettrice chiedo solo di innamorarmi di nuove storie e di nuove parole.

sabato 22 dicembre 2018

Contro i detriti cyberspaziali

Sette anni fa aprivo il mio primo blog, un'idea simpatica, fresca e ingenua, ma che presto non mi ha più rappresentata ed è risultato decisamente superato. 

Poi ne ho aperto un altro, più “maturo” e meditato. Questo. Ora è abbandonato a se stesso da quasi 4 anni, come ce ne sono a migliaia. Non l'ho mai eliminato perché in fondo ci sono affezionata e ci sono articoli che ti dispiace perdere e che, se mi ci capita l'occhio, mi danno ancora emozione.

Ogni tanto mi balena in testa quella solita idea: “Però mi piacerebbe avere un blog, quasi quasi…”.  E allora evito di aprire l’ennesimo blog, di affollare blogspot e il web intero di rottami spaziali destinati a rimanere in orbita.
In fondo il nome di questo blog mi piace, l’immagine pure, il dominio è legato a qualcosa che fa parte di me da tanti anni e ora come ora è impossibile trovare un dominio libero decente su blogspot. 

Faccio le grandi pulizie, un po’ di restyling nel segno di un look minimal, che certi fronzoli che andavano di moda qualche anno fa mi fanno orrore.

Si riparte, senza obiettivi all’orizzonte, solo quello di parlare di ciò che mi va. 

Non un diario non-segreto, per carità, se devo sfogarmi ho il mio quaderno per il journaling. 
Ma per condividere qualcosa che meriti di essere espresso, che possa suscitare un confronto, che possa interessare a qualcuno. Come i libri, perché di quelli non mi stanco mai di parlare. O qualche luogo carino, un itinerario, una riflessione.  

Rimango tuned. Senza velleità di followers, di indicizzazione, di fare numeri, di monetizzare (come mi ha scritto una cliente giorni fa).


Scrivere per il piacere di condividere un’idea. 
Scrivere di getto, per il gusto di farlo, che per dovere e lavoro scrivo già tutto il giorno.Tenermi lontana da un blog in Wordpress, anche se sarebbe più ricco di funzionalità, perchè mi ricorderebbe troppo il lavoro spegnendo la spontaneità.


L'immagine è un quadro di Paul Klee che ho scoperto giorni fa sul doodle di google e mi ha conquistata con i suoi colori e forme.